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Glauco Minarchi Artista Pittore Surrealista

CHIEDO ASILO POLITICO!

“La vera arte anticipa sempre i tempi, è propositiva di nuove idee,
in perenne contrasto con la contemporaneità; 
riscopre e stimola il pensiero rivoluzionario nascosto in ogni uomo,
divenendo l’unico strumento efficace contro l’ignoranza”

l’autore: Glauco Dantes Minarchi

01-08-2010

 

C’è  un periodo della nostra esistenza in cui ciascun uomo freme dal desiderio di tirare le somme, di fare i conti insomma con tutto ciò che ha contraddistinto ogni propria azione; forse  un po’ per paura per quello che ci aspetterà avviandoci verso la fine dei nostri giorni o semplicemente per sapere se è valsa la pena affrontare sacrifici di ogni genere, se abbiamo fallito nelle nostre lotte, se siamo riusciti a dare un senso a questo meraviglioso regalo che è la vita.

Personalmente questi conti non mi tornano, poiché invece di percorrere una strada sgombra da ostacoli, umano e naturale desiderio, per chi come me ha dovuto sopportare mille traversie, mi sono trovato sempre più impantanato nella palude fangosa delle mie esperienze.

Giorno dopo giorno mi pare di vivere in un grande e chiassoso bordello dove magnaccia e puttane pretendono di gestire La tua vita in cambio non di danaro, bensì della tua dignità per vendere la tua anima al demonio.

Per questi motivi, ho deciso di affidare questo mio disagio e di chiedere aiuto attraverso INTERNET, per tentare quantomeno di uscire dalla grande “discarica” che è diventato il PAESE ITALIA e scoprire se esistono ancora posti e persone su questa terra, diversi, ma soprattutto se sia ancora possibile vivere con un minimo di decoro, semplicemente da uomini.

Non è vero che bisogna essere orgogliosi della terra in cui si nasce quando questa si dimostra cattiva madre nei confronti di chi ha generato, ma avere il coraggio di ripudiarla senza rancori e accordare, al contrario, rispetto e gratitudine a chi ti concede rispetto e opportunità.

Perciò, per le ragioni appresso citate, poiché sono venuti meno tutti i presupposti più elementari di democrazia e del vivere civile e per chiunque abbia qualcosa da dire o da proporre nell’Italia delle banane, in questa Italia allo sbando dove non esiste la certezza del diritto e della pena; in questa terra di furbi, di ladri, di accattoni, di bigotti, di grandi ruffiani e dei talebani della cultura, io chiedo agli intellettuali che mi leggeranno (a qualunque ideologia, Stato o Nazione essi appartengano), di non restare indifferenti a questo scritto e domando asilo politico a tutti quei Paesi in cui si pensi ancora che l’arte e la cultura possano mai come oggi rappresentare i cardini per la costruzione di un mondo diverso da quello attuale, affinché si possa dare un senso ed un valore al bene primario dell’uomo, che è la sua libertà.

Senza libertà non è possibile difendere la nostra dignità e dove non c’è libertà non esiste democrazia, così che senza l’una e senza l’altra si annullano i più alti valori dell’essere umano.

Offro in cambio la mia professionalità di artista e la mia disponibilità di uomo, la mia rabbia, il mio orgoglio, la mia gratitudine.

Qualunque società ha il diritto di definirsi democratica quando si regge su quattro pilastri fondamentali che costituiscono la struttura portante della democraticità e sono: SCUOLA, GIUSTIZIA, SANITA’ E CULTURA

Se uno di essi è debole, il crollo della democrazia è inevitabile e viene messa in discussione la libertà stessa dell’individuo.

Sono la cattiva gestione da parte della politica, della pubblica amministrazione e della debolezza delle Istituzioni che favoriscono l’inserimento di quel cancro a cui diamo la definizione di delinquenza, di terrorismo, di mafia, di ‘ndrangheta’, ecc …ed il tutto si configura in un’arroganza smodata di un potere cialtrone e di un popolo inetto che non osa ribellarsi perché drogato e rincoglionito dalla società delle veline, del grande fratello, delle telenovelas e del campionato di calcio. 

LA SCUOLA

Al contrario di un nozionismo scialbo e inutile che non porta da alcuna parte, è il luogo in cui si dovrebbe formare l’individuo, renderlo forte culturalmente per liberarlo dalle pressioni indebite del potere; per sostenere la verità contro l’errore, la virtù contro il vizio, la libertà contro la tirannia, l’ordine contro il disordine, contro la indisciplina, la calunnia, l’oppressione e la maldicenza.

La scuola anticipa quello che saremo e quindi quello che sarà la società del domani.

Essa, invece, è oggi divenuta ricettacolo per drogati, mini delinquenti e chiappe sculettanti che nascondono la vera cultura dei giorni nostri, la cultura del niente, disattendendo il fine che dovrebbe perseguire per le nuove generazioni, all’insegna del più sfrenato lassismo.

Una scuola che investe “sull’ignoranza” delle nuove generazioni significa annullare ogni forma di rinnovamento sul futuro e soprattutto a foraggiare quel potere che manovrerà sempre più e con maggiore facilità il popolo, così come fanno i “pupari” con le loro marionette.

I potenti sanno bene che un popolo più sa più è difficile da governare; tenerlo nella condizione di bisogno è la situazione ideale per quei pochi demagoghi furbi che con una mano danno e con l’altra tolgono, lasciando in realtà la gente in uno stato di indigenza permanente che oscura ogni speranza.

LA GIUSTIZIA

Quando un cittadino in questa Nazione e soprattutto nella regione Calabria dove sono nato, crede di poter far valere le proprie sacrosante ragioni, nel migliore dei casi viene ignorato o, peggio, perseguito e perseguitato alla stregua dei peggiori delinquenti, cadendo nella morsa di una vera e propria “setta” che agisce impunemente e all’insegna di una aleatoria democrazia, a cui viene dato il nome di Magistratura.

Per questo, tutti gli sprovveduti i quali pensano che in questo Paese si sia governati da uno Stato di Diritto accettabile e da una giustizia tanto grande al punto di sentirsi in dovere di esportarla là dove non c’è, non solo sono trattati da boiardi, ma non devono neppure lontanamente pensare di contestare o contrastare questo modo di governare da parte di coloro che detengono il potere, pena non la distruzione fisica tramite il rogo (di antico retaggio medievale), bensì la totale eliminazione della dignità e dell’orgoglio della persona medesima.

Ormai in Italia scandalizzarsi è divenuto uno sport inutile così come esigere giustizia, mentre le applicazioni delle leggi si è rivelato oltremodo superfluo e pericoloso per coloro che denunziano pretendendo in tal modo di difendere la propria libertà individuale e collettiva; però la cosiddetta democrazia prevede di stare nel gruppo, nel branco, perché starne fuori vuol dire isolarsi, con il rischio di farsi sbranare, ma è il solo modo per respirare l’unica ventata di libertà possibile.

I lupi e gli uomini per questo si aggregano: per scaricare gli uni sugli altri le proprie responsabilità.

Esiste una certa forma di democrazia all’interno dei partiti politici dello Stato e non nell’ambito dello Stato (significando che dovrebbe riguardare tutti, indistintamente, per cui diventa un limite culturale che porta inevitabilmente all’annullamento della democrazia stessa).

Tutte le forze politiche che si attribuiscono l’appellativo di liberiste, non sono altro che espressione di una concezione autoritaria incompatibile con ogni forma di libertà e di vita democratica.

Dietro i sorrisi e le strette di mano di circostanza esiste un clima di intimidazione  e di minaccia, fingendo di ergersi a paladini della Costituzione, interpretata a loro modo e comodo e strumentalizzando ogni aspettativa futuribile da parte delle masse, portando ad uno scardinamento finale, per quel che ancora ne è rimasto, dello stato democratico.

Tutti i partiti mirano a disarticolare lo Stato e a vanificarne i poteri per tramite della magistratura costituendo le premesse, affinché da una situazione di generale sfasciume sorga da ogni parte l’invocazione per una ascesa al potere di uno di essi.

Sarà questo il grande momento trionfalistico per l’ignoranza più subdola ed è questo il vero, grande problema del Paese Italia.

Infatti, assistiamo oggi ad uno spettacolo indecente e immorale dove a recitare sul palcoscenico sconsolante della vita e dei tribunali, sono dei buffoni inquietanti; uno spettacolo d’inefficienza  e di leggerezza cui fa seguito una impunità politica diffusa, frutto di patteggiamenti, di minacce, di reciproche concessioni e di generale disinteresse; una impunità divenuta regola, mentre le scorciatoie per proteggere i propri simpatizzanti sono divenute disgustose.

Avviene in tal modo che la legge, per i propri amici venga interpretata e per la gente comune invece, applicata nella maniera più ridicola e riprovevole.

Un’arroganza senza pari e senza limiti messa in atto e alimentata da privilegi illimitati che offendono l’intelligenza delle persone oneste, pari solo al disinteresse della politica e alla mediocrità degli italiani.

LA SANITA’

Da tempi immemorabili nel bel Paese Italia gli indigeni di questo luogo hanno sempre provato una grande goduria nell’imitare o copiare gli stranieri: gli inglesi in campo musicale, gli americani per aver loro fatto omaggio di quello ”okay” che devono pronunciare almeno dieci volte al giorno e che li fa sentire grandi conoscitori di lingue.

Sono pronti a scendere in piazza per protestare se un ragazzino Rom viene redarguito per aver rubato ripetutamente; inoltre giustificano qualsiasi tipo di malefatta purché perpetrata da uno straniero, pena: essere tacciati di razzismo.

Insomma, in questo straordinario e servile Paese è in atto una politica in favore degli extracomunitari in nome della globalizzazione che esalta i loro sacrosanti diritti, ma che serve solo a fare retorica e per aspirare ad una generale beatificazione da parte della Chiesa.

E’ lo stesso Paese che si dimentica però delle migliaia di famiglie che hanno quotidianamente a che fare con una moltitudine di persone che soffrono di gravi problemi di handicap e che non riescono a gestire per la totale mancanza di sensibilità di chi governa, accentuando in tal modo l’alto grado di inciviltà in cui hanno sempre versato i discendenti di Enea.

E’ proprio vero che siamo tutti “figli di Troia”.

A tutto questo va aggiunto l’assoluto disinteresse per i diversi, per la mancanza della ricerca nel campo della medicina, non ultimo il problema dell’eutanasia, ecc.

Un dolore assurdo, ma reale, che investe tantissima gente e che alcuno si preoccupa di alleviare sostenendo, così come sarebbe giusto, le tante famiglie che lo partiscono.

Perciò, la totale mancanza di rispetto da parte delle Istituzioni per la sofferenza di migliaia di persone sfortunate spesso accentuato dal bigottismo e dall’integralismo religioso che rende inefficiente la politica che dovrebbe invece offrire i mezzi per alleviarla, ci rende impotenti e proiettati nostro malgrado in un processo di disumanizzazione divenuto ormai consuetudine.

Accade così che ci sentiamo derubati delle nostre speranze, della dignità del vivere e perfino di quell’orgoglio che aiuta gli individui a sentirsi uomini liberi, da parte di una politica limacciosa e suddita di un potere clericale, invadente e vomitevole che pretende di gestire oltre che le nostre anime, anche la nostra vita terrena, sbirciando con goduria e spudoratezza perfino tra le lenzuola dei nostri letti.

LA CULTURA CONTRO L’IGNORANZA

Contro questo immane disastro della società non ci rimane che affidarci alle ali della cultura per contrastare i veri demoni del nostro tempo: i politici, o meglio, gli ottusi politicanti che pare abbiano il solo compito di studiare il modo per non lasciarsi sfuggire la poltrona da sotto il culo.

Il senso di questo scritto scaturisce da necessità morale, dal vedere la vita appiattita da una assurda mediocrità, per evidenziare in qualità di artista, la condizione dell’operatore culturale italiano ed in modo particolare calabrese (quale lo scrivente è) massacrato nelle idee, offeso e vilipeso soprattutto nel concetto di giustizia.

L’arte, quindi, intesa come eloquenza, critica, riscatto e lotta ad oltranza nei confronti di una realtà che un vero artista deve rifiutare, sopravvivendo ad essa, per riappropriarsi di quell’autonomia che al sud d’Italia è divenuta pura utopia; non affidarsi al mero mercato, perciò, bensì alla comunicazione e documentazione di ciò che è la vita, per un recupero di responsabilità dell’individuo nei confronti dell’esistenza.

Per un artista meridionale che intenda l’arte quale sublimazione della cultura, essa diventa soprattutto denuncia e chi scrive è artista vero che considera l’arte: fatica, dialogo, partecipazione e lotta ad oltranza, libero da pressioni politiche e fuori da schemi precostituiti.

Gli artisti scrivono la storia dell’arte mentre questa racconta la storia del mondo e uno Stato, una Nazione che non assegnano alcun ruolo trainante alla cultura, sono destinati al più totale fallimento storico.

 L’arte e non la pittura posticcia e di abbellimento, è il patrimonio più grande di un popolo e segna lo sviluppo del genere umano; è l’unica coscienza critica che sopravvive alla decadenza del tempo e i grandi artisti hanno il compito di impedire che i politici gestiscano e dirigano l’arte quando dovrebbero, al contrario, semplicemente e più logicamente favorirla.

La nostra è un’epoca in cui non si privilegiano la professionalità, l’intelligenza, l’onestà, la rettitudine, ecc, bensì l’esatto contrario: la disonestà, l’imbecillità, la millanteria, il cattivo gusto e chi più ne ha più ne metta; è l’offesa a tutto ciò che si definisce buon senso, moralità e dignità.

È  il tempo della mistificazione, dei derelitti umani, della mediocrità più assurda in cui allignano gli odiosi parassiti del nuovo secolo.

È, insomma, l’inizio della fine.

Mi chiamo Glauco Dantes Minarchi, espleto la professione di artista (tra le più antica, belle, difficili e gratificanti professioni dell’uomo) e sono nato in un paese, antico territorio della Magna Grecia nella regione Calabria; un piccolo centro tra i monti della Sila e il mar Jonio, che a vederlo in fotografia potrebbe perfino suscitare, in chi lo guarda, sentimenti di invidia per chi ci abita, credendo di trovarvi la pace di un mondo diverso e lontano, nel quale i problemi di tutti i giorni svaniscono per incanto.

In effetti non sarebbe sgradevole averlo come dimora se non fosse sporco quanto una porcilaia e se non fosse circondato da case non più piccole e dai tetti bassi che ne delineavano non molto tempo addietro l’umanità, ma dalle palazzine costruite con i soldi degli emigranti, dai muri grezzi, i cui mattoni vedranno l’intonaco dopo molte stagioni, durante le quali i sacrifici ed i risparmi si mischieranno alle bestemmie e alle imprecazioni per la lontananza da casa.

Quindi, neppure da prendere in considerazione di vivere in questo posto divenuto ormai sgradevole, dove il degrado morale aumenta anno dopo anno, facendo sì che l’insofferenza la faccia da padrona.

Insomma, molti anni or sono prendendo l’infausta decisione di fare ritorno al paesello natio, non mi rendevo conto che stavo facendo un salto indietro nel tempo, fermandomi in un’epoca assai simile a quella del Medio – Evo.

Per quanto mi riguarda e precisando che provengo da famiglia che da generazioni si è battuta per migliorare la condizione sociale della comunità in questione – Casabona – , mi sono trovato catapultato in un ambiente dove ho sentito subito la necessità di fare qualcosa offrendo ai villici del luogo delle opportunità di cambiamento mai avute prima, ma senza avere purtroppo la benché minima probabilità di successo essendo la sconfitta già insita nelle loro menti, poiché quello che tentavo di costruire era fuori dalla logica di potere dei partiti politici locali e non vi era, a conforto di questi miei sforzi, neppure la presenza fattiva della figura maggiormente gratificata e gettonata in questi ambienti, quella del prete, elevato a rango di eroe e di santo da un popolo ottuso e mediocre, da affiancare agli insulsi personaggi onnipresenti in ogni luogo, così come il cacio sui maccheroni.

Non so se sia mai capitato ad alcuno di osservare un branco di lupi famelici, o più semplicemente, un gruppo di cani randagi affamati e pulciosi che nei paesi vagano in gran numero per le strade e di come essi siano pronti ad azzannarsi di fronte ad un bidone della spazzatura, ultima speranza di sopravvivenza dopo una giornata di ricerca infruttuosa di cibo.

Questa è la similitudine più appropriata che mi viene da fare con taluni individui che all’inizio degli eventi che sto per enunciare, mi parvero più simili a pecore sperdute e indifese, senza il pastore che ne aveva perso il controllo.

Ma ciò che mi lascia stordito ed esterrefatto dopo tante esperienze vissute in prima persona, è che mentre i lupi sono spinti a certe azioni truculente da pura necessità fisiologica, le pecore cui faccio riferimento si sono rivelate peggio di questi perché, non la fame, bensì l’invidia, l’ipocrisia, la cattiveria, l’egoismo e soprattutto l’ignoranza, le spinge, oggi come ieri, a rivoltarsi come iene fameliche contro chiunque si azzardi a volerne cambiare la condizione in meglio.

Infatti, nella presunzione di volermi sostituire al pastore, uso talvolta a servirsi anche del bastone quando la pecora rifiuta di mettersi nel branco e credendo che la logica, il buon senso, l’esempio e l’impegno potessero stimolare a risvegliare un minimo di amor proprio, ho denunciato abusi e soprusi perpetrati nei loro confronti, dando per questo inizio inconsapevolmente ad un viatico fatto di diffide e umiliazioni di ogni tipo riversatesi sulla mia persona, avallati da chi la giustizia avrebbe dovuto e potuto farla osservare e non lo ha fatto, perché dal seme di una zucca non può nascere che una zucca ed una vita mediocre non può che partorire uomini mediocri e scellerati.

È proprio in mezzo alla guerra di tutti i giorni tra una tregua e l’altra, scavalcando per non inciampare gli innumerevoli feriti da tanta brutalità e cretineria, che ho deciso di mettere sotto forma di scritto questi miei vissuti ( pur dopo i numerosi attentati subiti), perché troppo pochi sono coloro che riescono a divincolarsi e a contrastare l’alterigia dei piccoli e arroganti signorotti, rappresentanti della politica, della giustizia e quant’ altri.

È qui che sono nato, in un paese il cui nome, Casabona, lascia trasparire ogni buona intenzione e segno di opulenza, dove la gente che lo abita e che vi lavora è solita firmare le buste paga per salari che non percepiranno mai; dove si nominano in maniera impropria legalità e rispetto e dove i concetti di reciprocità di diritti e doveri vengono continuamente falsati.

È qui che sono nato, tra un manipolo di uomini dove il disinteresse ed il lassismo la fanno da padroni e parlarne è la sola maniera per evidenziare il mio più profondo sdegno, il mio immenso disprezzo per un popolo di ingrati la cui facciata di perbenismo nasconde le più grandi nefandezze e dove la stragrande maggioranza delle persone è ancora dedita a quell’antico gioco detto: dello scarica barile.

Voglio parlare di una comunità arroccata su una collina ad un tiro di schioppo dalla provincia di Crotone, ingabbiata nel cemento armato in cui non è mai esistito un entroterra culturale; una comunità dove avviene di tutto e, tra uno scasso e l’altro nelle locali scuole, tra un furto e l’altro nella Casa comunale, nel susseguirsi di una infinità di azioni indegne sempre mimetizzate e minimizzate onde evitare il discredito del paesello; tra un assassinio e una festa paesana, si tira avanti facendo a gara nel leggere i salmi durante la messa e a lavare il pavimento della sacrestia, a dimostrazione di un diversità inesistente da colui che delinque.

Un ambiente che non è mai mutato sia nel bene che nel male, fuori dall’universo e dagli avvenimenti che determinano la storia, forse più incattivito da quando la gente ha smesso gli abiti della povertà per vestire quelli dei falsi ricchi.

Io non so quanti credono ai demoni e come ciascuno se li raffiguri, personalmente non ho dubbi sulla loro esistenza: essi sono fra di noi, mimetizzati da persone dabbene e fanno di tutto per avvelenarci l’esistenza e nel mio paese ce ne sono annidati in gran numero.

Casabona, un paese del meridione qui descritto, dove la vita, se così si può definire, si svolge indegnamente e in modo teatrale nella piazza del paese, dove il vituperio e la maldicenza sono le maggiori incombenze a cui sono dediti i suoi abitanti; dove l’invidia e l’ottusità rappresentano le qualità migliori da sfoggiare insieme ai capi d’abbigliamento firmati e pagati con i proventi di un odioso assistenzialismo statale.

Dove la maggior parte dei suoi abitanti evade il fisco e tutti però indistintamente gareggiano nel voler dimostrare d’essere eccellenti parrocchiani e timorati di Dio.

Mai, in sessant’anni della mia travagliata esistenza, nei posti  in  cui ho vissuto e lavorato, ho assistito all’apoteosi di tanta cattiveria e stupidità.

Tutto nella norma, insomma, se non fosse per un pregio che lo distingue dalle altre comunità del crotonese, infatti i suoi abitanti odiano quanti possiedono un normale quoziente intellettivo, quanti desiderano vivere da galantuomini, nonché tutti coloro che rifiutano la condizione di lacchè.

Sono orgogliosi dei delinquenti che il paese partorisce, tanto quanto di  coloro che amministrano (si fa per dire) la cosa pubblica, i quali, protetti da uno stato di Diritto fatiscente, assumono alla luce del sole, atteggiamenti da  mafiosi e comportandosi come tali, senza vergogna e indisturbati.

Casabona, un paese di poveri disgraziati, perché poveri nell’anima, mediocri, superficiali e in molti casi incivili; una comunità non in cerca di una storia perché altri l’hanno scritta per essa, ingigantendo fatti o inventandoli, in cui vengono esaltati ladri e filibustieri di ieri e di oggi che paiono uscire fuori da un fumetto umoristico o da una tragedia shakespeariana.

I fatti descritti fanno riferimento non solo al paese in questione, ma vanno oltre e  abbracciano problematiche mai risolte che interessano tutta una regione e pretendono di avere valenza di forte denuncia non solo nei confronti dei guitti che li hanno determinati, ma soprattutto nei riguardi di chi, pur sempre opportunamente informato, abbia fatto orecchie da mercante, contribuendo alla creazione e al potenziamento di quelle associazioni criminali meglio conosciute come mafia, camorra o n’drangheta, e di come gli uni e gli altri abbiano ormai tolto alla regione Calabria quella parvenza di dignità per cui chi vive in questo disgraziato lembo di terra, trova difficoltà a dirne bene.

In questi decenni, ho assistito a storie a dir poco indecenti, sia per averle vissute personalmente, sia per averne avuto sentore attraverso i mezzi di comunicazione e di informazione, come ad esempio: procuratori antimafia, politici, e quant’altri recarsi nelle patrie galere e stringere la mani a delinquenti della peggior specie, assassini, ladri, stupratori, pentiti, ecc…, che per definizione sono dichiarate “persone”, ma se un cittadino come lo scrivente osa offrire collaborazione alla giustizia, piuttosto che verificare la veridicità delle sue affermazioni o portarlo in tribunale e condannarlo in caso di palesi menzogne, lo si ignora (per convenienza o inefficienza) trattandolo con aria di sufficienza in un primo tempo e facendogli in seguito bruciare le autovetture, tentando di terrorizzarlo e intimorirlo con ordigni dinamitardi, dileggiandolo, offrendolo in pasto ai benpensanti, sospendendolo dal lavoro fino ad additarlo come un volgare delinquente e tentare quindi di distruggerlo insieme a tutto il proprio nucleo familiare.

Questa è la giustizia cui ci si dovrebbe affidare in Calabria, una regione che conta oltre trecento comuni gestiti quasi tutti da vere e proprie bande mafiose, legalizzate dal qualunquismo, dall’inerzia della politica e della giustizia stessa e quanti hanno la sventura di finire nelle sue maglie intricate dove non si capisce più chi sia il buono e chi il cattivo, vengono fatti oggetto ai classici colpi di lupara o, peggio, ammazzati giorno dopo giorno nella loro integrità morale, nel loro orgoglio, nel disconoscimento della persona giuridica: capri espiatori privati della libertà di pensiero, resi esseri amorfi, servi della gleba; un numero anagrafico, insomma, un oggetto sgradito da prendere a calci, fino all’atto ultimo della eliminazione fisica.

Resta sempre più pervasiva una emergenza qui nel meridione, la criminalità organizzata considerata un’associazione anti Stato  (se esistesse uno Stato), perché quest’ultimo è assente, anzi, del tutto inesistente, perciò sono queste associazioni che amministrano sia la pubblica amministrazione che la giustizia, direttamente o indirettamente.

Se ne deduce quindi che, sviluppo, legalità, democrazia, sono parole del tutto demagogiche, astrazioni e il cittadino qualunque, il tanto declamato omertoso da cui tutti pretendono tutto, diviene il paravento che nasconde ogni malefatta, colui che deve pagare per tutti.

Per farla breve in questo posto, come in tutto il meridione d’Italia, la giustizia sarà sempre pura e semplice utopia.

Tale sfacelo ha inciso profondamente nella mia vita privata e di artista e poiché l’arte è la sublimazione della cultura, questa non può essere espressa che in maniera forte e violenta verso un comunità e nei confronti di una società di valvassini che nulla hanno da trasmettere ai propri figli se non una grande codardia fisica ed intellettuale, unitamente all’unica speranza che è quella di riporre per tutta la vita il proprio pane nelle mani altrui.

Una fatalistica rassegnazione, una sorta di scoraggiamento continuo, ha da sempre contraddistinto la vita del meridionale che vive in un mondo disorientato, avvilito, disperato; un mondo che si è voluto strappare con violenza al suo passato tenendolo legato ad un presente di miseria morale e di disperazione civica e sociale; un mondo in cui abbondano però, le tarantelle in piazza e le statue in gesso raffiguranti i santi portati in processione.

Oggi è in questo sottosviluppo che i santi inquisitori stanno riprendendo spazio, promettendo inferno e dannazione tra una fiaccolata e l’altra a chi non è disposto a battersi il petto e sgranare rosari.

Questo è l’ambiente nel quale vivo e opero e  queste sono le ragioni che mi hanno spinto ad interessarmi di quelle persone che pensavo si sarebbero schierate dalla mia parte e che hanno reso nullo l’esempio personale per avere offerto loro delle opportunità di cambiamento mai avute prima.

Un grave errore di valutazione da parte mia che ancora oggi sto pagando duramente in questo piccolo, meschino mondo, popolato da potenti e prepotenti pronti a scendere a patti con chiunque e che non hanno mai smesso di lesinare mezzi pur d’impedire che qui fiorisse una vera cultura.

Sono come i lupi prima menzionati che braccano la preda: stanno acquattati dapprima a debita distanza per studiarne le mosse, per poi balzarle addosso e sbranarla, ma non è la sola vittima, poiché l’odore del sangue attira altri lupi e in un paese senza legge e senza giustizia, poiché cane non mangia cane, essi possono facilmente spadroneggiare e azzannare nella generale indifferenza, anzi, nel plauso generale poiché l’inerzia, l’invidia e la malvagità dei più non si vedono tutelate dal coraggio del singolo, mentre i mentecatti non hanno avuto mai piacere dal fatto d’essere messi di fronte ad uno specchio a riflettere la loro stessa bile.

Questa terra di Calabria non è vero che sia dimenticata da tutti! Essa è dimenticata da coloro che non vogliono che cambi, perché è in questo contesto surreale e anacronistico che riescono meglio a collocarsi i fannulloni, i parassiti, i delinquenti, gli imbecilli, gli infami.

E il mio paese e la mia regione sono perfettamente inseriti in questo contesto; infatti, nello svolgersi lento del giorno e della notte, qui ogni cosa diventa possibile, dove l’opulenza ha reso i suoi abitanti arroganti, stupidi, altezzosi, intriganti; dove, ad esempio per gravi motivi di ordine pubblico, non è ai tutori dell’ordine che bisogna rivolgersi, visto che tra l’altro gran parte di essi vengono impegnati a fare i buoni e ad esportare la democrazia in altre parti del mondo, bensì agli stessi mafiosi che li determinano.

Casabona, una comunità dove tutti si conoscono e si chiamano per nome e nella quale, fra le caratteristiche più importanti, si evidenzia un Don Abbondio di dubbia onestà, super protetto da una magistratura più che compiacente nell’avallarne le malefatte, il quale si è perfettamente adeguato a tantissima brava gente assoggettata e schiavizzata da generazioni, che oggi ha mutato abito e titolo, ma che ha mantenuto intatti gli stemmi con le palle.

Dove finanche i neonati oggi possono comodamente defecare nei vasetti di plastica raffiguranti animali o personaggi dei cartoni animati, con grande soddisfazione e invidia dei loro genitori che per intere generazioni si erano puliti il culo con pietre levigate o ciuffi di fili d’erba, nascosti dietro i filari di fichi d’ india che abbondavano per tutti i cantoni delle vie o nelle grotte naturali di cui è circondato il paese e che oggi vogliono far passare per “grotte bizantine” per frodare lo Stato con progetti miliardari.

Infine da circa un ventennio anche qui, per fortuna, non siamo costretti ad invidiare i delinquenti dei paesi vicini; oggi con grandissima soddisfazione li produciamo in proprio e con sommo orgoglio, considerato che rappresentano la sola, vera industria fiorente nella zona.

Peccato che talvolta qualcuno di loro ci lascia la pelle, ma solo per una fottuta sfortuna e non certamente a causa dell’intervento dei tutori dell’ordine che, fatta qualche rara eccezione, convivono tranquillamente con questa gente, senza timori e senza vergogna e che hanno passato gli ultimi vent’anni a controllare lo scrivente, pare senza successo, piuttosto che rendere la vita difficile ai ladri, ai drogati e delinquenti di cui è pieno il paese.

Si potrebbe definire la comunità che mi ha visto nascere, non un postribolo come da più parti viene definito, ma un vero e proprio Eden, dove l’abuso rappresenta la regola e la vita piatta dei villici che lo abitano è regolato dalle Novene e dai Rosari.

La loro maggiore aspirazione è quella di essere eletti a sindaco e una volta riusciti in questa ardua quanta improbabile impresa, se non si ha un parentato grande ed un culo adeguato alla circostanza, la vita si svolge tranquilla tra una spaghettata e una partita a tressette, tra una telenovela e qualcuno morto ammazzato.

Inoltre non è necessario che egli sia colto, tutt’altro, è una condizione che supera facilmente soltanto andando a Messa la domenica e genuflettendosi a tempo e a modo secondo le convenienze del momento.

Noi tutti siamo consapevoli che oggi viviamo nella finzione, nella imposizione della menzogna, la quale è talmente generalizzata che la verità sembra definitivamente perduta e con la verità anche ogni rapporto con la realtà; un immenso teatro dove i furbi recitano la parte dei vincenti, per questo il vero artista, uomo sensibile, di cultura, attento ai fatti della vita, può ancora rappresentare colui che è in grado di prendere parte attiva in questa rappresentazione grottesca e muoversi con gli altri personaggi in un mondo diverso dove ciascuno è obbligato a fare i conti con la propria coscienza.

Viviamo in una società permeata da intrighi politici e intrallazzi di ogni tipo, dove ciascuno i propri diritti non li può chiedere che a bassa voce; dove si spara e si uccide per poco o niente; dove si riduce la questione politica ad un semplice gioco elettorale, una lotta tra clan in cui si vince o si perde, una grande riffa nella quale chi vince si diverte a prendere a calci in culo quella razza in estinzione che sono i galantuomini.

Questi miei compaesani, unitamente al prete di questa comunità, sono talmente immersi nella vita di ogni giorno che ne hanno assimilato più di ogni altro, l’essenza stessa: conciliano con grande naturalezza la bandiera rossa e la festa dell’amicizia e possiedono tutto meno che l’umiltà dall’obbedienza, lo spirito di carità.

Questa è una delle motivazioni che non lasciano determinare cambiamenti di rilievo nella vita della gente, dove tutto è regolato dal suono delle campane e da chi le fa suonare; in tal modo impera e prende piega la rassegnazione e si accantona la speranza.

Le mie recenti esperienze hanno infatti offerto prova della loro arroganza, poiché chi ne avalla l’operato risulta essere peggiore di colui che l’azione la commette; ma non esiste spazio nel cuore della gente per la rabbia o l’indignazione ed essa trova sempre molto più comodo fare rinascere il Cristo secondo le convenienze del momento.

Il meridione, è costellato di eccessi di carità cristiana e trovano in questa regione somma comprensione specie da parte di quella schiera di demagoghi politici che hanno assunto un linguaggio ed un comportamento da chierichetti, senza però mai abbandonare l’uso improprio della prevaricazione.

Comunque, malgrado la grande verità scritta da FREUD secondo cui sopportare la vita rimane, tutto sommato, il primo dovere di tutti gli esseri viventi, io non riuscirò mai a sopportare la tracotanza smodata di questi esseri elevati dai creduloni e semplicioni a rango di santi e di eroi, poiché i fatti dimostrano che sono né gli uni né gli altri.

Mi chiedo: è forse questa la Calabria che dobbiamo  difendere? Vivere nel meridione d’Italia per una persona che non si vergogni d’essere retta, vuol dire affrontare con nausea ed impotenza questa realtà, ma possiamo almeno tentare di modificarla se di questa terra intendiamo più del colore e del folclore, lo spirito.

Malgrado accada tutto questo, non si riesce più a protestare perché manca una coscienza politica, cui si aggiunge uno smarrimento di identità terribile; non esistono più le stagioni della vita e si è vecchi senza aver vissuto la giovinezza.

Si può morire di morte naturale, ma ancora peggio quando prima della morte sopraggiunge la sofferenza dello svilimento delle idee, la morte indolore della sopraffazione, la morte degli ideali.

Una società equilibrata necessita non di partiti politici e di scomposte ideologie, non di monache e preti invadenti, non di uomini in divisa che usano la testa solo per poggiarvi il cappello, non di mafiosi e sogni ad occhi aperti, ma solo di uomini che sappiano soffrire, patire e morire in nome della coerenza verso le proprie idee e che siano interpreti delle coscienze dei processi di cambiamenti in atto, poiché anche per coloro che tentano di frenare il futuro, l’evoluzione dei tempi avviene comunque, essi possono solamente rallentarlo.

Si potrebbe pensare che questi fatti siano soggettivi, che la normalità sia un’altra, ma non è così; sono più frequenti di quanto non si creda, solo che invece di farci incazzare e ribellare, non trovando la forza interiore necessaria per farlo, generalmente ogni cosa viene dimenticata dietro le vulgate televisive, nell’ambiguità dell’informazione, nell’appiattimento di un modo di vivere scialbo ed in questo ristagno dei sensi, non riuscendo a colpire il sistema si colpisce il singolo.

Gli ignoranti rappresentano il più grande pericolo per l’umanità e giustificarli nelle loro azioni è un grave danno che si arreca all’intero universo, poiché non sono ciechi e non sono sordi; essi vedono e capiscono come tutti, solo che il loro pane è riposto nelle mani altrui; sono controllati, minacciati, non hanno libertà né sicurezza.

Inoltre non hanno convinzioni né passioni: stanno affacciati, anzi, nascosti dietro i portelli delle finestre senza pensare, spiando la vita, scopando al massimo il pavimento della chiesa.

Quanto fin qui illustrato sta a dimostrare tutta la povertà che invade l’animo umano, al posto di quella religiosità che la gente dovrebbe possedere e per la quale personalmente ho pagato un prezzo che non vale l’amarezza che oggi mi costringe a queste aspre e amare considerazioni.

La sola speranza rimasta è quella di fuggire da questa miseria culturale; ritardare l’agonia in cui è immersa questa società sterile non serve, visto che non può partorire alcuna probabilità di vita diversa per le future generazioni, specie quando all’ignoranza si accompagna di solito la barbarie nelle azioni.

Consapevoli perciò di trovarsi soli in un deserto e che urlare le proprie ragioni è inutile secondo i canoni ufficiali, ho pensato di affidare ad INTERNET tutta la mia rabbia nella speranza che ne venga colto il senso e che possa trovare sbocchi futuri, poiché in questa terra mi pare di vivere in un paese straniero, da extracomunitario, tra gente che si sgomita, dagli sguardi assenti e come se assistessero a un dramma dove ognuno recita da  semplice comparsa.

Vite vuote, spezzate dai dolori quotidiani, senza motivazioni, né interessi, prive di alcuno stimolo, separati da ciò che li circonda, abbracciati da una folle solitudine, dalla stretta mortale di draghi infuocati e dalle spire di orrendi serpenti infernali.

Un’epoca cinica nella quale non si distingue più il vero dal virtuale, una tempesta di mutamenti che tutto travolge, che sembra preservarti dagli avvenimenti che si vedono in lontananza, ma al tempo stesso tanto veloce e violenta che l’ansia ci stringe lo stomaco togliendoci il respiro.

Una sensazione fredda e maligna che annulla gli scopi e i desideri delle persone normali; un’aria rarefatta che ci rende sconosciuti anche a distanza ravvicinata.

Individui che non possiedono l’orgoglio dell’appartenenza, gente che si sente smarrita senza un “capo” che li imbocchi perché non hanno progetti e quindi un futuro, mentre tutto ciò ci rimanda alla definizione di uomo il quale diventa e può definirsi tale soltanto attraverso l’affermazione dei propri valori.

Il popolo meridionale si lascia facilmente conquistare, deridere, violentare, senza reagire in quanto si accontenta dell’osso che gli viene lanciato e di qualche festa in onore del Santo Patrono al quale delega ogni problema; questo popolo che è la parte peggiore dell’Italia che non ha rispetto per chi soffre, per chi è diverso, per il valore professionale e  individuale; un popolo suddito del potere vaticano, che non si è mai liberato dal potere massonico strisciante e che non si è mai sforzato di rompere gli anelli di quella catena a cui sono stati legati per generazioni i loro padri; una catena che li ha tenuti legati al bisogno, schiavizzati da secoli e che ora sta strangolando i loro figli.

Un popolo che non possedendo alcun valore per se stesso, non ha nulla da trasmettere alle future generazioni delle quali poi ci si meraviglia che si rifugino nell’illusione di un mondo virtuale nel quale impera la droga, il vero totem da adorare dei giorni nostri.

Un popolo che non trova la forza per ribellarsi di fronte al terribile decadimento culturale di questa nazione; un popolo che si vergogna di prendere sotto braccio le proprie madri, i propri padri, i propri amici quando ne hanno bisogno, delegando all’extracomunitario questo suo imprescindibile dovere, ma riuscendo al contrario, a trovare i propri punti di riferimento soltanto dietro lo sventolio delle bandiere inneggianti ai partiti politici, negli schiamazzi della piazze, nei girotondi e nelle fiaccolate.

Squallore, nient’altro che squallore in questo mondo popolato da cialtroni e ciarlatani.

E quei pochi diversi? pazzi furiosi, secondo i luoghi comuni, ai quali va messo il bavaglio, moscerini o elementi estranei da distruggere da parte delle maggioranze che hanno inventato la democrazia che non è altro che la capacità di imporre alle minoranze il proprio volere.

Perciò il coraggio dovrebbe nascere dallo sdegno di ciò che si vede; il problema è che oggi nessuno si sdegna facilmente e si trascina stancamente di anno in anno, fino alla fine, nell’appiattimento più totale, fino a disperdersi nei fuochi d’artificio fatti brillare in onore del Santo protettore.

In questa circostanza, un artista dovrebbe essere il custode dell’anima di un paese, la fiaccola della libertà; dovrebbe rappresentare l’equilibrio là dove c’è disordine e in questa veste personalmente mi sento completamente fuori posto in una società libertina e mediocre, mentre la comunità che mi ospita è in sintonia con un mondo superficiale che non è neppure capace di disperarsi di fronte alla pochezza della vita.

Esiste però qualcosa che ci appartiene e che alcuno potrà mai toglierci, una ricchezza concessaci in dote dal momento che apriamo gli occhi su questo mondo: sono l’orgoglio e il coraggio delle nostre azioni, che ci distinguono e qualificano come uomini durante il corso della nostra esistenza e che fanno la differenza tra uomini e ominicchi, la stessa differenza che passa tra  pittorucoli della domenica e artisti.

In questo ambito sociale mi inserisco con fatica come autore e la mia maniera di fare arte, aprendomi alla narrazione della quotidianità con i miei interessi e le mie aspirazioni, che sono le aspirazioni dell’uomo medesimo che cerca l’esodo dal tumulto delle scialbe invenzioni o correnti culturali, per arrivare al puro raziocinio determinante le logiche degli avvenimenti.

SULL’ARTE

È noto a tutti che l’arte moderna non subisce leggi estetiche, ma solo pubblicitarie e ciò a dimostrazione della decadenza del nostro tempo che coinvolge tutto e tutti, rinnegando il lato estetico ed esaltando la deformazione.

Ma è proprio in simili circostanze che il vero artista si nobilita, perché non si lascia dominare dalla essenzialità delle leggi, né da fattori esterni che cercano di imbrigliarlo in ogni modo.

In una società traumatizzata dalla delinquenza come quella in cui vive il sottoscritto, da una cultura avvelenata da un falso populismo, non ci si deve meravigliare più di tanto quando assistiamo impotenti alla  morte delle maggiori manifestazioni artistiche in Italia, a partire dalla biennale di Venezia per arrivare al modo di non fare arte, senza vocazione alcuna, né fatica.

Un novello Medio – Evo, quindi dove ogni giorno chiunque si può svegliare artista e proponendosi come meglio crede all’insegna di quella libertà di espressione che sarebbe meglio definire libertinaggio sfrenato.

L’artista, quello vero, non deve soltanto creare stranezze nelle quali egli per primo non crede, ma soprattutto pensare e tentare di travalicare il sipario che nasconde i problemi dell’esistenza ritrovando la coscienza innanzi tutto nella ragione e nell’onestà di quanto desidera perseguire.

Egli deve inoltre vivere il bisogno di una ricerca della propria dignità nella ristabilizzazione dei valori fondamentali che regolano la storia nell’avvicendarsi delle fenomenologie; e questo compito deve osservare e sentirlo forte anche quando è tradito dal proprio Paese e dal proprio popolo.

Comunque, malgrado tutto è proprio questo marciume che mi regala una fonte inesauribile e costante d’ispirazione, (oltre che di disperazione), allontanando la pittura dalla sua fase di ordinarietà che vorrebbe limitare l’arte ad un semplice abbellimento posticcio dei muri delle proprie case.

La creatività, al contrario, deve essere riflessione e partecipazione; esige che l’artista si esponga e si proponga in prima persona come elemento di confronto, poiché l’arte è sinonimo di sincerità in quanto in arte non è possibile barare; solo così diviene la mediatrice ideale tra l’uomo e lo spirito, il veicolo che conduce verso le dimensioni inesplorate della psiche  e che induce l’essere umano ad indagare sulle proprie origini.

Ed è in questa creatività che scorre la storia, scorrono gli avvenimenti, scorre il passato che prepara il futuro; scorre la vita.

Ben si comprende, quindi, che la pittura assume importanza fondamentale nella vita degli uomini e per questo non deve essere minimizzata così come si fa oggi da un pubblico e da una critica più che volgari e che hanno declassato l’arte a livello di hobby, di divertimento, di passatempo, d’ispirazione nel migliore dei casi.

La necessità, perciò, di andare oltre la pura pittura, mi porta a concepire il quadro come immagine comunicativa, prima ancora di opera pittorica, ponendomi nella dimensione di dare vita ad una nuova figurazione, per una realtà che va oltre la natura, per un’arte che pretende essere verità soprattutto storica della Terra in cui sono nato e vivo.

L’opera compiuta diventa così la risultante del modo di vivere di ogni autore che ama mettersi in discussione; è una maniera di concepire l’arte che si rivela appunto connessa al modo d’essere dell’uomo contemporaneo, nella instabilità della sua natura particolarmente problematica; il mio linguaggio artistico pretende di esprimere pertanto il dilemma dell’esistenza.

Questa è quella che personalmente definisco vera arte e cioè: partecipare alle comunicazioni, alle sofferenze del soggetto ritratto, fino ad assimilarne l’umanità interiore; infatti l’arte e la cultura in genere hanno da sempre scritto la storia del mondo e sono questi gli uomini da celebrare, non  i pentiti di mafia ed i falsi intellettuali di partito.

Dunque, per quel che mi riguarda come artista e come soggetto in questione, essendo nato in una comunità di disperati, inserita in una Regione, la terra di Calabria che partorisce i suoi figli per poi abbandonarli nei cassonetti dell’immondizia del nord Italia e del resto del mondo, non mi resta che assistere impotente alla sua inarrestabile disfatta.

“ L’ignoranza, sosteneva il cardinale Ximens, è il veleno della religione e il tarlo dello Stato “, specie per noi che in una finta pace dell’anima, ci lasciamo trasportare nei meandri di questa epoca satanica, cristiana nella credenza, ma pagana e bigotta nelle Istituzioni e negli elementi per la tradizioni ancora vive nelle genti meridionali.

Ma l’ignoranza non è il male minore quando ad essa si accompagna la barbarie nelle azioni, dando origine ad una decadenza in cui trovano sfogo gli indebolimenti dei valori essenziali.

Ed è proprio in questa terra di conquista e di bengodi che non si investe sulla intelligenza degli uomini e sulla loro valentia professionale.

E ben si comprende quindi, come tutto ciò sia immorale e illiberale; quando si nasce servi da generazioni, non bastano le lauree e gli abiti alla moda per mutare volto alle persone; servi i genitori, ancora più servili i loro figli: è l’inizio della rovina individuale e della propria terra, è la fine di ogni speranza in favore di una cultura imbarbarita dagli ignoranti di turno che la violentano, la fanno propria, ne sviliscono l’essenza.

È la prerogativa del conformismo, di coloro che contano e che tendono verso l’appiattimento e la standardizzazione di una cultura strettamente ligia alle mode e mitologie del tempo, le quali hanno la pretesa di misurare l’uomo sulle basi primordiali delle regole.

In questo bailamme, la figura dell’artista ingigantisce e dimostra chiaramente la sua diversità; il suo modo di porsi ed il suo pensiero non possono essere quelli della persona qualunque che solitamente non si cura di indagare che cosa è in se medesimo questo pensiero, che è il principio di ogni cosa e della storia stessa.

Egli deve, in definitiva, consegnare alla storia non soltanto i suoi lavori, le sue fatiche, ma soprattutto questo suo pensiero che non va esaurito nella infelicità degli uomini, ma indicare anche il punto di riferimento da cui partire per un inizio di vita, nuovo.

Oggi l’arte dovrebbe tendere, più che ad una rappresentazione oleografica della realtà, ad un ragionamento misurato sulla quotidianità e rifiutare l’apparenza rientra nei compiti primari di Glauco Minarchi artista, specie nel campo della cultura, nella piena convinzione che la verità, può risiedere soltanto in una misura umana dell’esperienza e della lotta ad oltranza.

La pittura non può essere un raccoglimento nell’alveo della memoria, ecco perché ogni opera deve rappresentare l’espressione visuale di uno stato d’animo, di un tormento intimo dell’artista.

Infatti le maschere, i clowns del Minarchi, evidenziano le maschere del dolore che massificano l’umanità in cui ciascun uomo rischia di perdere le sue caratteristiche personali se non lotta per rivestire senza timori le sue reali sembianze e se si vuole veramente evitare per i propri figli e per un coinvolgimento personale, che la società del domani venga determinata più che da un Dio che ci sovrasta, da una vita realizzata e costruita a tavolino o in laboratorio da una masnada di filibustieri e di falsi, ipocriti opportunisti.

La maschera non copre, ma svela e questo tempo è destinato a cadere sotto il peso della sua stessa superbia, poiché è incapace di concedere quelle piccole speranze che aprono i cuori degli uomini a nuovi orizzonti; infatti la spaventosa bestia che aleggia sopra di noi, impalpabile perché virtuale, ci richiede ormai tutta la dedizione, il completo sacrificio e senza concederci in corrispettivo, né tranquillità né benessere, ma più di tutto nessuna giustizia.

L’arte non fa rumore, non possiede insomma, quelle peculiarità tali da suscitare sensazioni ed emozioni immediate come la musica; è necessario essere dotati di una grande sensibilità per “entrare” in una tela dipinta e ancora più difficile sfondarla e andare oltre.

L’arte non è fatta di parole, ma è per suo tramite che tutti gli ottusi potranno aspirare a rendersi liberi dalla loro emarginazione interiore ed in questo caso specifico le sue radici affondano in un territorio gestito da insulsi personaggi politici e dequalificanti gestori della cosa pubblica che non hanno mai riconosciuto alla cultura i possibili meriti che questa terra avrebbe potuto fare propri, attraverso serie garanzie intellettuali.

In contrapposizione, il mio modo di fare arte è focalizzato sul rapporto fra l’uomo e la sua condizione esistenziale, mentre la mia sfida avviene sul campo di battaglia di un paese di neppure tremila abitanti, tetra scenografia di sangue in cui conclamati parassiti e una lunga schiera di balordi, ti studiano, ti giudicano, ti condannano e non sono mai disposti al confronto perché la loro ignoranza glielo impedisce; una comunità che ti concede l’illusione momentanea di una vita tranquilla, che poi non è altro che quella inutile che si può vivere nella piazza di un paese, squallido scenario dove cozzano corna e stupidità, millanteria e altezzosità.

Dipingere qualche emozione appena intravista negli occhi spenti di questa gente, è un desiderio che probabilmente resterà inappagato, così come impresa ardua è quella di ritrarne un ritratto psicologico, perché ciò richiederebbe la conoscenza di una storia che non hanno mai avuto, durante una vita trascorsa nel più assoluto appiattimento, pur se questi sforzi non possono che aiutare l’autore a sentirsi vivo in mezzo a tanti morti, spirito grande tra tanti cuori spenti.

Per queste ragioni, in una simile oscurantista realtà, è giusto identificare il Minarchi con l’esiguo gruppo di coloro che fanno oggi la storia per il domani, perché ogni sua opera non si esaurisce nel solo titolo, bensì in una narrazione che pretende essere un appuntamento con se stesso, con un mondo di possibilità, uno stimolo per l’introspezione, uno specchio per l’anima.

Si morirà di morte lenta se non si riuscirà ad uscire dall’assonnato letargo nel quale si tuffano il sole e l’uomo del Mezzoggiorno d’Italia ed è qui che la definizione di artista riesce a sublimarsi se si confronta con una realtà atipica e inusuale; affrontare il purgatorio o l’inferno del sud  per aspirare al paradiso deve essere l’intento titanico dell’artista meridionale, poiché è proprio in questa aspirazione che diviene arduo ma gratificante recitare e dare soluzioni all’umana commedia in cui il melodramma della vita va recitato senza mascheramenti, vestendo ciascuno il proprio abito e declamando il personaggio di se stesso senza finzioni; quelle maschere che non sono altro che elementi di circostanza cui la nostra società sembra adattare quotidianamente la propria anima, ammesso che ne abbia una.

A questo punto è facile essere scambiato per il Don Chisciotte  che lotta contro i mulini a vento, ma io lo considero un privilegio perché come lui non accetto la mediocrità della prudenza e soprattutto non mi piace scendere a patti con alcuno; è una figura stupenda quel Don Chisciotte uomo solo, simbolo della tenacia, della costanza, della coerenza, qualunque sia il prezzo da pagare.

Contro le canaglie di piazza e saltimbanchi della storia, molto meglio da preferirsi le illusioni del cavaliere errante che non intende rinunciare ad una condizione di vita che in questo modernismo ha perso ogni identità ideale e che pretende di dimostrare alla luce di fiaccole illuminate, un amore per il prossimo del quale invece non gl’importa assolutamente nulla.

Perciò, quando “ l’essere ” perde qualunque valore oggettivo restando immobile nella propria soggettività; quando si pugnala la storia in quanto viene negato il significato stesso dell’arte che la determina, è proprio l’artista che si destina in tal modo non al mercato turpe ed affaristico che la tratta come un  qualsiasi bene di consumo, bensì verso affermazioni storiche ricche di valori e di idee innovatrici.

La voglia di vivere vince sempre sulla morte e la morte non è che la condizione ultima di questa esistenza, perché oltre c’è ancora la vita.

In definitiva, se è vero che la vita è in noi, si può tranquillamente affermare che l’artista Glauco Minarchi è certamente una presenza umana e artistica che vive interamente il suo tempo e nel suo tempo; un artista non artefatto dalla critica ufficiale, che si cimenta a dipingere la distruzione e la disperazione per difendere la vita.

Non è che in posti diversi da quello che critico ci sia tanto da stare allegri, né la Regione qui citata rappresenti il male assoluto, solo ritengo giusto rivolgere il mio dissenso verso i luoghi che maggiormente conosco e dove ho vissuto gran parte delle mie esperienze.

La vita è stupenda, ma non è il bello che di essa va esaltato, bensì tutto quanto c’è di negativo, affinché possiamo combatterlo per tentare di raggiungere quelle vette di felicità che solitamente ci vengono negate a causa della nostra inerzia, della nostra insolenza, della nostra manifesta incapacità di lottare per la sua conquista.

Con rammarico sono giunto alla conclusione che per la regione Calabria non esiste speranza alcuna per pensare che possa risollevarsi dal suo stato di indigenza, perché sono troppe le sacrestie che plagiano e condizionano il comportamento del calabrese e troppi gli individui che la considerano terra di conquista, un nuovo eldorado per i barbari d’oltre mare e per i novelli talebani della cultura nostrana; una regione in cui abbondano ladri, bacchettoni e delinquenti d’ ogni risma, dove la giustizia viene rappresentata solo nelle fictions  e colui che fa queste affermazioni è un uomo del sud che vive giorno per giorno i comportamenti del meridionale, che patisce le stesse contraddizioni e soffre per le medesime ingiustizie; e l’impotenza a saperle combattere gli causano maggiore sofferenza per un amore non ricambiato, per un suicidio collettivo in cui nessuno è disposto ad intervenire per una morte annunciata.

Allorché un uomo si trova su un abisso, cerca per istinto qualcosa cui aggrapparsi, il meridionale non fa neppure questo per due motivi: primo, non è nella condizione di rendersi conto che sta per precipitare se non quando è già in fondo; secondo, non gliene frega niente perché è troppo indolente per  afferrarsi a qualcosa e troppo fatalista per pensare che si sfracellerà: forse di sotto, chissà, qualcosa o qualcuno all’ultimo momento potrebbe afferrarlo per i capelli e questo qualcosa fa riferimento a quell’odioso assistenzialismo che offende le coscienze e l’intelligenza di chi come me affronta la vita in maniera seria e operosa.

E vissero “infelici” e contenti dovrebbe essere la naturale conclusione di questa favola e della realtà appena descritta, ma nel dramma del meridione non esiste fine perché non c’è mai stato inizio, perciò, a conforto di chi mi leggerà ed anche mio va sottolineato l’antico detto che recita: “chi nasce tondo non può morire quadrato”, che sta semplicemente a significare che la merda la puoi chiamare come ti pare ma resta sempre tale, per generazioni e qui da dove scrivo ce n’è in abbondanza.

La terra di Calabria è solo il prolungamento di una italietta che ti impone di portare la croce sul petto, ma che al tempo stesso non teme di soffocare la voce dei galantuomini che ci vivono con le sue pressioni ideologiche, le sue volgarità; un’Italia dove se mai qualcuno dovesse soltanto pensare di osservare le leggi secondo gli elementari dettami della democrazia e della libertà individuale, dovrebbe quantomeno avere la consapevolezza di essere messo alla gogna.

Per quanto mi riguarda la comunità in cui sono nato, infine, constato con tristezza che le persone di questo luogo maledetto da Dio dove sono cresciuto per un certo tempo e dove tutt’ora vivo, non si scuoteranno mai dal torpore secolare che li avvolge, mentre la loro lenta agonia e le loro lauree non servono neanche a riscattarli da una vita grama e infelice, poiché manca loro la consapevolezza di vivere in tale stato.

Gli uomini sono piuttosto ciechi che malvagi ed i loro vizi provengono più da debolezza che da cattiveria e da ciò derivano tutte le grettezze che sono proprie della volgarità: incostanza, leggerezza, capriccio, scaltrezza, fanatismo, crudeltà: i quali vizi, tutti quanti, hanno radice nella debolezza d’animo.

Su questo terreno è facile per i malvagi uscire allo scoperto e colpire, convinti di farlo in nome di Cristo, quello stesso che tanta brava gente si diverte a crocifiggere almeno una volta al giorno e altri che cercano e trovano nell’essenza delle quotidiane malefatte, giustificazione per tirarsi sempre fuori dalle responsabilità oggettive delle proprie azioni.

Dovremmo molto semplicemente amare in modo sincero e incondizionato in quanto solo l’amore merita la nostra maledizione, il grande colpevole che, con il conservare e riprodurre la vita, questo genere di vita, conserva e riproduce il dolore e la morte.

Amare equivale a soffrire e soffrire ad essere, ed io vorrei amare e soffrire per un popolo che non sia ingrato e che sia disposto a riconoscere e ricambiare questi elementari sentimenti.

DEDICATO AI CALABRESI

I veri problemi del meridione, per concludere, non sono la mafia e la ‘ndrangheta, bensì una certa magistratura corrotta al soldo dei partiti politici e del POTERE che ha fatto dello STATO DI DIRITTO una pattumiera in cui sputare dentro, per questo concludo con un invito ai meridionali ed ai calabresi in modo particolare:

VOI CHE SIETE STATI SCIPPATI DELLA VOSTRA INTELLIGENZA E SCHIAVIZZATI DA SECOLI, NON LASCIATE CHE I VOSTRI FIGLI MARCISCANO IN QUESTO LAIDUME, RIAPPROPIANDOVI  DELL’ORGOGLIO ANTICO DEI VOSTRI PADRI E DELLA STORIA DELLA VOSTRA TERRA E SE NON SIETE GIÁ MORTI DENTRO REAGITE O PERDERETE I BENI PIÙ PREZIOSI CHE UN UOMO POSSIEDE:

 

LA LIBERTÁ DEL VIVERE E LA DIGNITÁ DI SE STESSI.

 

GLAUCO DANTES MINARCHI

2017  Glauco Minarchi Artista Pittore   Dipinge il Surrealismo - Personalità: riflessivo ed introverso