SULL’ARTE

SULL’ARTE

È noto a tutti che l’arte moderna non subisce leggi estetiche, ma solo pubblicitarie e ciò a dimostrazione della decadenza del nostro tempo che coinvolge tutto e tutti, rinnegando il lato estetico ed esaltando la deformazione.
Ma è proprio in simili circostanze che il vero artista si nobilita, perché non si lascia dominare dalla essenzialità delle leggi, né da fattori esterni che cercano di imbrigliarlo in ogni modo.

In una società traumatizzata dalla delinquenza come quella in cui vive il sottoscritto, da una cultura avvelenata da un falso populismo, non ci si deve meravigliare più di tanto quando assistiamo impotenti alla morte delle maggiori manifestazioni artistiche in Italia, a partire dalla biennale di Venezia per arrivare al modo di non fare arte, senza vocazione alcuna, né fatica.
Un novello Medio-Evo quindi, dove ogni giorno chiunque si può svegliare artista e proponendosi come meglio crede all’insegna di quella libertà di espressione che sarebbe meglio definire libertinaggio sfrenato.
L’artista, quello vero, non deve soltanto creare stranezze nelle quali egli per primo non crede, ma soprattutto pensare e tentare di travalicare il sipario che nasconde i problemi dell’esistenza, ritrovando la coscienza innanzitutto nella ragione e nell’onestà di quanto desidera perseguire.
Egli deve inoltre vivere il bisogno di una ricerca della propria dignità nella ristabilizzazione dei valori fondamentali che regolano la storia nell’avvicendarsi delle fenomenologie; questo compito deve osservare e sentirlo forte, anche quando è tradito dal proprio paese e dalla propria comunità.

Comunque, malgrado tutto, è proprio questo marciume che mi regala una fonte inesauribile e costante d’ispirazione, (oltre che di disperazione), allontanando la pittura dalla sua fase di ordinarietà che vorrebbe limitare l’arte ad un semplice abbellimento posticcio dei muri delle proprie case.
La creatività, al contrario, deve essere riflessione e partecipazione; esige che l’artista si esponga e si proponga in prima persona come elemento di confronto, poiché l’arte è sinonimo di sincerità in quanto in arte non è possibile barare; solo così diviene la mediatrice ideale tra l’uomo e lo spirito, il veicolo che conduce verso le dimensioni inesplorate della psiche e che induce l’essere umano ad indagare sulle proprie origini.
Ed è in questa creatività che scorre la storia, scorrono gli avvenimenti, scorre il passato che prepara il futuro; scorre la vita.

Ben si comprende, quindi, che la pittura assume importanza fondamentale nella vita degli uomini e per questo non deve essere minimizzata così come si fa oggi da un pubblico e da una critica più che volgari e che hanno declassato l’arte a livello di hobby, di divertimento, di passatempo, d’ispirazione nel migliore dei casi.
La necessità, perciò, di andare oltre la pura pittura, mi porta a concepire il quadro come immagine comunicativa, prima ancora di opera pittorica, ponendomi nella dimensione di dare vita ad una nuova figurazione, per una realtà che va oltre la natura, per un’arte che pretende essere verità soprattutto storica della Terra in cui sono nato e vivo.
L’opera compiuta diventa così la risultante del modo di vivere di ogni autore che ama mettersi in discussione; è una maniera di concepire l’arte che si rivela appunto connessa al modo d’essere dell’uomo contemporaneo, nella instabilità della sua natura particolarmente problematica; il mio linguaggio artistico pretende di esprimere pertanto il dilemma dell’esistenza.

Questa è quella che personalmente definisco vera arte e cioè: partecipare alle comunicazioni, alle sofferenze del soggetto ritratto, fino ad assimilarne l’umanità interiore; infatti, l’arte e la cultura in genere hanno da sempre scritto la storia del mondo e sono questi gli uomini da celebrare, non i pentiti di mafia ed i falsi intellettuali di partito.
Dunque, per quel che mi riguarda come artista e come soggetto in questione, essendo nato in una comunità di disperati, inserita in una Regione, la terra di Calabria che partorisce i suoi figli per poi abbandonarli nei cassonetti dell’immondizia del nord Italia e del resto del mondo, non mi resta che assistere impotente alla sua inarrestabile disfatta.
“L’ignoranza, sosteneva il Cardinale Ximenes, è il veleno della religione e il tarlo dello Stato”, specie per noi che in una finta pace dell’anima, ci lasciamo trasportare nei meandri di questa epoca satanica, cristiana nella credenza, ma pagana e bigotta nelle Istituzioni e negli elementi, per le tradizioni ancora vive nelle genti meridionali.
Ma l’ignoranza non è il male minore quando ad essa si accompagna la barbarie nelle azioni, dando origine ad una decadenza in cui trovano sfogo gli indebolimenti dei valori essenziali.

Ed è proprio in questa terra di conquista e di bengodi che non si investe sulla intelligenza degli uomini e sulla loro valentia professionale.
E ben si comprende quindi, come tutto ciò sia immorale e illiberale; quando si nasce servi da generazioni, non bastano le lauree e gli abiti alla moda per mutare volto alle persone; servi genitori, ancora più servili i loro figli: è l’inizio della rovina individuale e della propria terra, è la fine di ogni speranza in favore di una cultura imbarbarita dagli ignoranti di turno che la violentano, la fanno propria, ne sviliscono l’essenza.
È la prerogativa del conformismo, di coloro che contano e che tendono verso l’appiattimento e la standardizzazione di una cultura strettamente ligia alle mode e mitologie del tempo, le quali hanno la pretesa di misurare l’uomo sulle basi primordiali delle regole.

In questo bailamme, la figura dell’artista ingigantisce e dimostra chiaramente la sua diversità; il suo modo di porsi e il suo pensiero non possono essere quelli della persona qualunque che solitamente non si cura di indagare che cosa è in sé medesimo questo pensiero, che è il principio di ogni cosa e della storia stessa.
Egli deve, in definitiva, consegnare alla storia non soltanto i suoi lavori, le sue fatiche, ma soprattutto questo è suo pensiero che non va esaurito nella infelicità degli uomini, ma indicare anche il punto di riferimento da cui partire per un inizio di vita, nuovo.
Oggi l’arte dovrebbe tendere, più che ad una rappresentazione oleografica della realtà, ad un ragionamento misurato sulla quotidianità, e rifiutare l’apparenza rientra nei compiti primari di Glauco Minarchi artista, specie nel campo della cultura, nella piena convinzione che la verità, può risiedere soltanto in una misura umana delle esperienze e della lotta ad oltranza.
La pittura non può essere un raccoglimento nell’alveo della memoria, ecco perché ogni opera deve rappresentare l’espressione visuale di uno stato d’animo, di un tormento intimo dell’artista.

Infatti le maschere, i clowns del Minarchi, evidenziano le maschere del dolore che massificano l’umanità, in cui ciascun uomo rischia di perdere le sue caratteristiche personali se non lotta per rivestire senza timori le sue reali sembianze e se si vuole veramente evitare per i propri figli e per un coinvolgimento personale, che la società del domani venga determinata più che da un Dio che ci sovrasta, da una vita realizzata e costruita a tavolino o in laboratorio, da una masnada di filibustieri e di falsi, ipocriti opportunisti.
La maschera non copre, ma svela che questo tempo è destinato a cadere sotto il peso della sua stessa superbia, poiché è incapace di concedere quelle piccole speranze che aprono i cuori degli uomini a nuovi orizzonti; infatti, la spaventosa bestia che aleggia sopra di noi, impalpabile perché virtuale, ci richiede ormai tutta la dedizione, il completo sacrificio e senza concederci in corrispettivo, né tranquillità né benessere, ma più di tutto nessuna giustizia.
L’arte non fa rumore, non possiede insomma, quelle peculiarità tali da suscitare sensazioni ed emozioni immediate come la musica; è necessario essere dotati di una grande sensibilità per “entrare” in una tela dipinta è ancora più difficile sfondarla ed andare oltre.

L’arte non è fatta di parole, ma è per suo tramite che tutti gli ottusi potranno aspirare a rendersi liberi dalla loro emarginazione interiore ed in questo caso specifico le sue radici affondano in un territorio gestito da insulsi personaggi politici e dequalificanti gestori della cosa pubblica che non hanno mai riconosciuto alla cultura i possibili meriti che questa terra avrebbe potuto fare proprio, attraverso serie garanzie intellettuali.
In contrapposizione, il mio modo di fare arte è focalizzato sul rapporto fra l’uomo e la sua condizione esistenziale, mentre la mia sfida avviene sul campo di battaglia di un paese di neppure tremila abitanti, tetra scenografia di sangue in cui conclamati parassiti e una lunga schiera di balordi, ti studiano, ti giudicano, ti condannano e non sono mai disposti al confronto perché la loro ignoranza glielo impedisce; una comunità che ti concede l’illusione momentanea di una vita tranquilla che poi non è altro che quella inutile che si può vivere nella piazza di un paese, squallido scenario dove cozzano corna e stupidità, millanteria e altezzosità.

Dipingere qualche emozione appena intravista negli occhi spenti di questa gente, è un desiderio che probabilmente resterà inappagato, così come impresa ardua è quella di ritrarne un ritratto psicologico, perché ciò richiederebbe la conoscenza di una storia che non hanno mai avuto, durante una vita trascorsa nel più assoluto appiattimento, pur se questi sforzi non possono che aiutare l’autore a sentirsi vivo in mezzo a tanti morti, spirito grande tra tanti cuori spenti.
Per queste ragioni, in una simile oscurantista realtà, è giusto identificare il Minarchi con l’esiguo gruppo di coloro che fanno oggi la storia per il domani, perché ogni sua opera non si esaurisce nel solo titolo, bensì in una narrazione che pretende essere un appuntamento con se stesso, con un mondo di possibilità, uno stimolo per l’introspezione, uno specchio per l’anima.

Si morirà di morte lenta se non si riuscirà ad uscire dall’assonnato letargo nel quale si tuffano il sole e l’uomo del Mezzogiorno d’Italia ed è qui che la definizione di artista riesce a sublimarsi se si confronta con una realtà atipica e inusuale; affrontare il purgatorio o l’inferno del sud per aspirare al paradiso deve essere l’intento titanico dell’artista meridionale, poiché è proprio in questa aspirazione che diviene arduo ma gratificante recitare e dare soluzioni all’umana commedia in cui il melodramma della vita va recitato senza mascheramenti, vestendo ciascuno il proprio abito e declamando il personaggio di se stesso senza finzioni; quelle maschere che non sono altro che elementi di circostanza cui la nostra società sembra adattare quotidianamente la propria anima, ammesso che ne abbia una.

A questo punto è facile essere scambiato per il Don Chisciotte della lotta contro i mulini a vento, ma io lo considero un privilegio perché come lui non accetto la mediocrità della prudenza e soprattutto non mi piace scendere a patti con alcuno; è una figura stupenda quel Don Chisciotte uomo solo, simbolo della tenacia, della costanza, della coerenza, qualunque sia il prezzo da pagare.
Contro le canaglie di piazza e saltimbanchi della storia, molto meglio da preferirsi le illusioni del cavaliere errante che non intende rinunciare ad una condizione di vita che in questo modernismo ha perso ogni identità ideale e che pretende di dimostrare alla luce di fiaccole illuminate, un amore per il prossimo del quale invece non gli importa assolutamente nulla.
Perciò, quando “l’essere” perde qualunque valore oggettivo restando immobile nella propria soggettività; quando si pugnala la storia in quanto viene negato il significato stesso dell’arte che la determina, è proprio l’artista che si destina in tal modo non al mercato turpe ed affaristico che la tratta come un qualsiasi bene di consumo, bensì verso affermazioni storiche ricche di valori e di idee innovatrici.
La voglia di vivere vince sempre sulla morte e la morte non è che la condizione ultima di questa esistenza, perché oltre c’è ancora la vita.

In definitiva, se è vero che la vita è in noi, si può tranquillamente affermare che l’artista Glauco Minarchi è certamente una presenza umana e artistica che vive interamente il suo tempo e nel suo tempo; un’artista non artefatto dalla critica ufficiale, che si cimenta a dipingere la distruzione e la disperazione per difendere la vita.
Non è che in posti diversi da quello che critico ci sia tanto da stare allegri, né la Regione qui citata rappresenti il male assoluto, solo ritengo giusto rivolgere il mio dissenso verso i luoghi che maggiormente conosco e dove ho vissuto gran parte delle mie esperienze.
La vita è stupenda, ma non è il bello che di essa va esaltato, bensì tutto quanto c’è di negativo, affinché possiamo combatterlo per tentare di raggiungere quelle vette di felicità che solitamente ci vengono negate a causa della nostra inerzia, della nostra insolenza, della nostra manifesta incapacità di lottare per la sua conquista.

Con rammarico sono giunto alla conclusione che per la regione Calabria non esiste speranza alcuna per pensare che possa risollevarsi dal suo stato di indigenza, perché sono troppe le sacrestie che plagiano e condizionano il comportamento del calabrese e troppi gli individui che la considerano terra di conquista, un nuovo eldorado per i barbari d’oltremare e per i novelli talebani della cultura nostrana; una regione in cui abbondano ladri, bacchettoni e delinquenti d’ogni risma, dove la giustizia viene rappresentata solo nelle fiction e colui che fa queste affermazioni è un uomo del sud che vive giorno per giorno i comportamenti del meridionale, che patisce le stesse contraddizioni e soffre per le medesime ingiustizie; e l’impotenza a saperle combattere gli causano maggiore sofferenza per un amore non ricambiato, per un suicidio collettivo in cui nessuno è disposto ad intervenire per una morte annunciata.
Allorché un uomo si trova su un abisso, cerca per istinto qualcosa a cui aggrapparsi, il meridionale non fa neppure questo per due motivi: primo, non è nella condizione di rendersi conto che sta per precipitare se non quando è già in fondo; secondo, non gliene frega niente perché è troppo indolente per afferrarsi a qualcosa e troppo fatalista per pensare che si sfracellerà; forse di sotto, chissà, qualcosa o qualcuno all’ultimo momento potrebbe afferrarlo per i capelli e questo qualcosa fa riferimento a quell’odioso assistenzialismo che offende le coscienze e l’intelligenza di chi come me affronta la vita in maniera seria e operosa.

E vissero “infelici” e contenti dovrebbe essere la naturale conclusione di questa favola e della realtà appena descritta, ma nel dramma del meridione non esiste fine perché non c’è mai stato inizio, perciò, a conforto di chi mi leggerà ed anche mio, va sottolineato l’antico detto che recita: “chi nasce tondo non può morire quadrato” che sta semplicemente a significare che la merda la puoi chiamare come ti pare ma resta sempre tale per generazioni e qui da dove scrivo ce n’è in abbondanza.
La terra di Calabria è solo il prolungamento di una Italietta che ti impone di portare la croce sul petto, ma che al tempo stesso non teme di soffocare la voce dei galantuomini che ci vivono con le sue pressioni ideologiche, le sue volgarità; un Italia dove semmai qualcuno dovesse soltanto pensare di osservare le leggi secondo gli elementari dettami della democrazia e della libertà individuale, dovrebbe quantomeno avere la consapevolezza di essere messo alla gogna.
Per quanto mi riguarda nella comunità in cui sono nato, infine, constato con tristezza che le persone di questo luogo maledetto da Dio, dove sono cresciuto per un certo tempo e dove tuttora vivo, non si scuoteranno mai dal torpore secolare che li avvolge, mentre la loro lenta agonia e le loro lauree non servono neanche a riscattarli da una vita grama e infelice, poichè manca loro la consapevolezza di vivere in tale stato.
Gli uomini sono piuttosto ciechi che malvagi ed i loro vizi provengono più da debolezza che da cattiveria e da ciò derivano tutte le grettezze che sono proprie della volgarità: incostanza, leggerezza, capriccio, scaltrezza, fanatismo, crudeltà; i quali vizi, tutti quanti, hanno radice nella debolezza d’animo.
Su questo terreno è facile per i malvagi uscire allo scoperto e colpire, convinti di farlo in nome di Cristo, quello stesso che tanta brava gente si diverte a crocifiggere almeno una volta al giorno e altri che cercano e trovano nell’essenza delle quotidiane malefatte, giustificazione per tirarsi sempre fuori dalle responsabilità oggettive delle proprie azioni.
Dovremmo molto semplicemente amare in modo sincero e incondizionato in quanto solo l’amore merita la nostra maledizione, il grande colpevole che, con il conservare e riprodurre la vita, questo genere di vita, conserva e riproduce il dolore e la morte.
Amare equivale a soffrire e soffrire ad essere, ed io vorrei amare e soffrire per un popolo che non sia ingrato e che sia disposto a riconoscere e ricambiare questi elementari sentimenti.

Glauco Minarchi